Come giungere al karma da pedagogista incapace attraverso Zootropolis!

Standard

La pausa pasquale ha permesso di trarre alcuni frutti in termini di “pensiero e azione”.
Di solito, questo accade, quando si ha l’opportunità di dialogare in modo più rilassato e sviando da pregiudizi o proponimenti; mi spiego meglio. Le “vacanze”, seppur brevi dalla scuola, possono aprire mondi di parole con chi ogni giorno la frequenta e ci riporta, molto spesso, il voto del risultato ottenuto o il come si sta là, ma non qualcosa in più rispetto alla pratica educativa lì sentita o vissuta.

 

Ed ecco i due punti che mi hanno aiutata a scrivere questo post.
Il primo è relativo a una conversazione nata durante una merenda tra me e mio figlio; il suo esordio è stato dato dall’affermazione “tu come pedagogista nei miei confronti, non mi pare, funzioni molto”. L’istinto da educatrice mi avrebbe subito portato a un’espressione di sconcerto; un fallimento insomma. In realtà ho risposto con una domanda, chiedendo il motivo per il quale sembrava ciò ai suoi occhi. La sua semplicità nel rispondere ha aperto mondi e visioni interessanti. “Beh,-mi ha detto- tu sei mia madre, non puoi fare la pedagogista con me, con gli altri si, con me non credo”. Il mio gongolare era molto spiccato e credo lo abbia intuito dal mio sorriso. Un po’ perché è stato gratificante sentirsi affermare di essere in  un ruolo e un po’ perché quel preciso ruolo, come madre adottiva, te lo conquisti giorno per giorno, e non ogni volta ne sei così sicura(con questo non voglio dire che per la madri naturali sia immediato  e facile, ma nel loro caso, c’è qualche molecola in più che sancisce quel legame). E da qui il pensiero che, come molti prima o dopo di me, si troveranno o si sono trovati a fare; faccio l’educatore di mestiere, con mio figlio come posso destreggiarmi in questo doppio ruolo?  In molti ne hanno già parlato e non sono qui a portare nulla di nuovo; solo confermo che può capitare di chiederselo e la risposta, molto spesso, arriva da sé.

Il secondo spunto mi è stato dato dalla visione del film Zootropolis. Non è mia intenzione raccontarvi ciò che accade in quella pellicola, che peraltro vi consiglio di andare a vedere, ma semplicemente esporvi i pensieri che mi ha suggerito un tema in particolare su cui il film è incentrato. La questione è quella relativa  al DNA e come esso possa essere “incanalato”, e addirittura modificato da cause “esterne, effetto di una ricerca scientifica”(come nel film) o, dal perdurare  di condizioni sociali che modificano un comportamento o un’attitudine relative a un modello di standard. Ecco lo standard! L’appartenere a una certa forma e modalità di stare all’interno della società può non essere calzante per ognuno di noi; e il pregiudizio sul non “fare e il non essere come gli altri” è ogni volta all’angolo. E del resto se certe azioni provocano un risultato si è pronti a dire; “certo appartiene a quella r…a, vive in quel paese”.

Il messaggio di quel film è invece dirompente, soprattutto in questo momento, e ho il sospetto che non sia uscito a caso. Si afferma, in sostanza, attraverso la storia dei protagonisti, che è possibile tenere fede, con determinazione, alla realizzazione di un progetto che diventa motivo di costruzione della propria vita. Non importa se agli altri questo non pare possibile o lontano dal proprio ambiente “genetico” in cui si è vissuti fino ad ora. La cosa fondamentale è crederci e porre azioni al fine di raggiungere l’obiettivo.  Dunque in termini umani questo significa “lavorare” affinché i propri desideri diventino reali e ci portino alla gioia. Cosa non da poco!

E in termini educativi questo è “crescere ed evolvere” verso la costruzione della propria autostima e del riconoscimento del proprio valore.
E per giungere a questo è necessario agire; karma in sanscrito significa appunto azione, e ognuno di noi è in grado di promuovere azioni che portino a risultati. Si può giungere a ciò che si desidera e, pur standoci dentro l’incognita dell’imprevisto, la determinazione nel cammino ti può far passare da “pedagogista incapace a madre riconosciuta”. E questo è quanto la pausa pasquale mi ha regalato…

 

»

  1. Comprendo bene. Il mio figlio maggiore ha, fra gli amici, alcuni ragazzini che ho seguito come pedagogista, insieme ai loro genitori. È stato lapidario “mamma, ti potevi impegnare di più”. Che fatica a volte il doppio ruolo madre/professionista dell’educazione!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...