…è stato intenso e condiviso

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Ieri sera a Milano in quel de “La casetta” l’incontro “Verso la festa delle maternità” ha aperto visioni e condivisioni di emozioni e pensieri…


poche le persone, ma attente e desiderose di andare oltre, di mettere da parte il possibile “giudizio” sul giusto o sbagliato e di lasciare aperte le porte davvero al possibile…e questo, per me come pedagogista, un risultato non sempre scontato ma a cui tendere ogni volta. Vi lascio qui lo scritto da me letto…

A breve vi aggiornerò sui pensieri e le testimonianze di chi era lì.

La prima volta che vidi Krishna fu in foto nel marzo del 2007; un viso lungo, scuro, gli occhi neri, pantaloni enormi per la sua età…poi una lunga pausa fino al gennaio del 2008.

Un bambino alto, snello, due occhi enormi che, ho scoperto, nel tempo quanto non sappiano mentire, o se accade, quanta fatica facciano a tenerlo dentro. Eravamo accovacciati io e mio marito, in quell’oasi verde nello smog di Bangalore; lui ci ha guardato e si è messo a contare in italiano…”dovete prendermi, so contare, sono bravo!”- questo il pensiero sottinteso.Ero emozionata ma non piangevo; gli stavo accanto. Il mio primo pianto, al quinto giorno in albergo, disperata, dicevo a mio marito che non ce l’avrei fatta, non ero in grado.Quante di queste volte ho avuto…molte.

Il mio primo riso potente; la mia prima sera in bagno con lui, prima di andare a letto. Aveva trattenuto la pipì per tutto il giorno…fu un lago.

E anche di risa come queste ne ho avute tante.

Dopo qualche mese dal rientro in Italia mi sono accorta di come non stavo bene; avevo il desiderio di abbracciarlo ma non ero sicura di farlo bene. Sentivo crescere una grande tristezza mista alle difficoltà che vedevo davanti; scoprii sul web che esisteva la “sindrome da depressione post adozione”…i sintomi e

rano quelli.

Rimasi sconcertata ma accettai che poteva essere. Più nel vocabolario e nel pensiero entrava il verbo accettare più sentivo crescere la forza.

Dopo i 6 mesi di maternità adottiva ripresi a lavorare ; dopo 15 giorni restai a casa di nuovo per un mese. Facevo fatica a stargli lontano fisicamente ma non trovavo il modo per dirglielo…per farglielo capire. Ed ero gelosa di quanto il papà riuscisse a tenerselo stretto a sé; un papà intelligente, un uomo che vedeva lontano che ha fatto da mediatore. Ha lentamente aperto le braccia di nostro figlio verso di me giocando quasi al girotondo, un girotondo stretto.

E’ arrivata la scuola; è arrivata l’ansia per un figlio che si stava esprimendo con un’aggressività sconosciuta ai nostri occhi.

E’ arrivata la scelta di un’indagine da parte dei “dottori della parola” –come li chiama lui-; ed è arrivata una diagnosi…e poi ancora tanta fatica e tante volte “non ce la faccio”. E ogni volta sentivo più vicino il momento in cui togliere quel non.

Nelle pause di pensiero è arrivata la conoscenza di un mondo virtuale; Second Life. La conoscenza di altre persone in chat attraverso la personalizzazione di un avatar. E intanto il legame di amicizia e confronto con altre mamme adottive conosciute dava spazio al mio pensiero sui ricordi dell’India.

Il paese da cui lui era nato, quel misto di odori profondi e colori caldi e vitali che non riuscivo a dimenticare.

Scoprii con il tempo, che in quel mondo virtuale potevo fare cose, leggere racconti, parlare…cominciai a raccontare di Ashraya (che significa “riparo, protezione”, l’associazione che dal 1982 si dedica a cercare soluzioni per i bambini dentro alla propria famiglia biologica, o in case adottive, la stessa da cui arrivava Krishna spiegai la funzione principale dell’organizzazione, quella di lavorare con la riabilitazione di bambini poveri e abbandonati oltre che essere al fianco delle famiglie e delle donne maltrattate.

Iniziai a prendermi cura dell’idea che potevo raccogliere fondi attraverso soldi virtuali da convertire in euro e mandare per sostenere i loro progetti.

Mio figlio ogni tanto accanto a me, osservava i miei movimenti sul monitor; il mio avatar diventava sempre più simile a un’indiana mentre lui avrebbe voluto diventare bianco.E poi l’idea. Fondai un gruppo che si occupava di creatività come “funzione del pensiero” con l’intento che ogni possibile manifestazione o evento avesse l’intento di raccogliere fondi per l’associazione in India. Gli amici più vicini mi diedero una mano, materiale e spirituale, sono stati e sono tuttora preziosi e veri…ne sono nate mostre, mercatini, solidali, letture di poesie e racconti indiani, serate dedicate alla condizione femminile là, al problema e al condizionamento delle caste…mi resi conto che la distanza e la malinconia con quel paese, terra madre di mio figlio, continuava a persistere ma diventava più sopportabile. L’intento di prendermi cura di loro faceva crescere la voglia di accettazione e di voglia di non arrendersi nella realtà…e non lo nego, Virginia(il nome del mio avatar) stava diventando l’ambasciatrice di quei bambini…ne ero felice. Mio figlio permaneva stupito di quanto quel pupazzetto assomigliasse sempre di più, a una donna hindi, a volte mi diceva chiaramente che non capiva perché facessi tutto questo,”Perché vuoi dargli i soldi” Perché continui a pensare all’India?” Lo rassicuravo…e cercavo di mettere in lui l’idea che il male che gli era stato fatto là con il tempo sarebbe stato più accettabile, che ora non era possibile ma che il suo paese non era solo il brutto e sporco di cui lui aveva ricordi…e non mi sbagliavo, con il tempo sono affiorati ricordi più sereni .

Ora da tempo non dico  “non ce la faccio”; dico che per ogni cosa e difficoltà ci potrà essere una soluzione…anche creativa a volte. Da ridere o da piangere; in coscienza so che saranno tante le “battaglie” e le difficoltà a cui resistere; poi lo sento accanto a me, occhi negli occhi…è alto Krishna è più alto di me ora e ha solo 11 anni, rivedo le foto di quando era piccolo, di quando aveva 7 anni…per noi era piccolo. E un po’ lo è ancora.

E mi emoziono, quando, impacciato ma vero mi abbraccia e mi dice ; “Ti voglio bene, mami”…e lì sento che non poteva che essere lui mio figlio.


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  1. lette e rilette, le tue parole toccano e scaldano il cuore, perchè vere perchè sintesi delle emozioni provate e che così semplicemente regali a chi le legge…sono un “pezzo” di te, un regalo molto prezioso..posso solo ringraziarti e essere felice di averti conosciuta.

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