Scrittura creativa prenatalizia: il fiocco di neve!

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Quest’anno. come è accaduto anche negli ultimi, voglio proporvi una sfida di scrittura creativa. Cinque giorni a partire da oggi in cui potrete dare ampio respiro alla vostra voglia di creare.

Questa volta vi proporrò una tecnica particolare che viene spesso utilizzata nella creazione di romanzi: il fiocco di neve. In realtà, andandomi ad informare, tale procedura nasce dalla creazione di uno schema informatico, mediato poi e utilizzato nel mondo letterario.

In cosa consiste? O meglio cosa vi suggerirò io con i miei fiocchi di neve? L’idea è quella di proporvi ad ogni punta del fiocco un personaggio, un ambiente, una avvenimento inaspettato o altro che possa incrinare o far sviluppare in diversi modi uno scritto che pensate di mettere in luce. Tutti questi elementi possono concorrere alla creazione della storia, della poesia o di quanto vi suggerisce quel fiocco. Se ne tralasciate qualcuno durante la scrittura non importa.

Non ci sono preclusioni alle modalità di scrittura: poesia, racconto, semplici frasi. E neanche alla lunghezza o brevità dello scritto. Vi chiedo solo di essere aderenti ai sei imput che i fiocchi vi suggeriranno.

Come partecipare? Scrivendo la vostra opera come commento al blog ( qui sotto per intenderci) ad ogni fiocco proposto. Uno al giorno. Per cinque giorni. Avete tempo fino al 31 dicembre, ultimo giorno di questo laborioso anno. Postate la vostra opera sotto l’articolo del fiocco che sceglierete.

Non si vince nulla…Solo la soddisfazione di aver partecipato e tessuto trame insieme!

Partiamo con il primo! Buona scrittura e attendo trepidante…

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  1. Che strana giornata.. quella mattina, guardando dalla finestra del suo appartamento al quarantacinquesimo piano, la metropoli sembrava non volersi svegliare.
    Diede la colpa al libro che doveva recensire e che proprio non riusciva a terminare di leggere tanto era noioso. Così decise di uscire per rinfrescarsi le idee e riposare gli occhi. Infilò quel vecchio cappotto spigato, tanto fuori moda quanto comodo,… per questo non si decideva a scartarlo, e scese in strada.
    Sotto un sole fioco la città era davvero irreale: dov’erano tutti? Poche auto, ancora meno passanti frettolosi e distanti…un gatto randagio lo guardò di traverso: i suoi occhi verdi sembrava sapessero la risposta alla sua domanda. Con un balzo era già scomparso. Mentre si guardava intorno elaborando fantasiose teorie gli si affiancò un runner dall’andatura lenta e pesante: ” Signore, ha dimenticato la mascherina!” gli urlò mentre si allontanava. Accidenti! Era il 24 dicembre 2020!!!!

  2. Vi posto qui sotto il racconto di Laura una compagna di parole conosciuta nel canale NaNoWrimo della chat di Discord. La ringrazio per il suo intenso e bel racconto. Buona lettura!

    GATTO RANDAGIO
    Mi alzo, un altro giorno di lockdown. Mi metto la tuta e infilo la capsula nella macchinetta del caffè. Guardo il liquido scuro riempire la tazza. Mi sposto sul tavolo della cucina con gli occhi semi chiusi. Aggiungo del latte freddo dal frigo così non mi scotto la lingua, non ho pazienza e col tempo ho capito che se non voglio parlare come gatto Silvestro per una settimana devo raffreddare il caffè caldo come lava. Un sorso. Aspetto che un po’ di energia liquida entri in circolo. Gli occhi si aprono. Sbircio dalla finestra la città. Il Corso è deserto. Innaturale. No ormai è la normalità. Prima sembrava strano vedere le strade desolate come in pieno agosto ora qualsiasi elemento in movimento attira la mia attenzione e la mia curiosità. Il sole fioco rende tutto ancora più grigio. Prendo il libro che ho iniziato ieri sera. Pagina quindici. Non ho letto molto, è un libro noioso, l’autore si è perso in un lungo preambolo e non ricordo neanche più da dove era partito. Sbuffo. Ricomincio a leggere, qualcosa riemerge nella memoria scorro avanti le pagine di nuovo. Pagina quindici.
    Abbasso lo sguardo verso la strada un lampo arancione acceso ha attirato la mia attenzione un runner lento ha popolato il mio scorcio della città. Va piano, ne sono felice almeno la mia distrazione durerà un po’ di più. Indossa una pettorina come quella che tengo in auto in caso di emergenza, arancione con un rinfrangente sul petto. Corre lentamente cosi lentamente che mi chiedo se stia realmente correndo. Supera un mucchio di scatoloni accanto ad un cassonetto. Lento. Un lampo bianco e nero balena per un attimo. Da una scatola un piccolo gatto randagio esce le zampe aperte la coda dritta, agguanta una caviglia all’uomo che sussulta scuotendo la gamba. Si ferma. Fissa la piccola creatura davanti a se. Ha messo le mani ai fianchi e dalla nuvola di vapore che esce dalla sua bocca intuisco che sta parlando al gatto. Si abbassa un po’ ma non lo tocca. Nessuno tocca più niente ormai. Dopo aver ripreso fiato riparte al suo ritmo rallentato. Il gatto perplesso fa due passi per seguirlo ma ha già capito dalla sua andatura che non deve essere un tipo interessante. Si ferma si guarda attorno. La strada è di nuovo deserta. Il gatto vede rotolare una carta in strada mossa dal vento e la segue fino al centro della carreggiata. No amico non è posto per te. Impassibile il gatto si accomoda sul tombino lì accanto restando al centro della traiettoria di qualsiasi veicolo possa spuntare da un momento all’altro.
    Lancio il libro sul divano, cade aperto sul tappeto una pagina piegata male. Storco il naso non maltratto mai i libri, ma quello è davvero terribile e mi perdono. Corro in ingresso indosso il cappotto spigato che con la tuta fa molto barbona dopo un giro alla Caritas. Metto un cappello di lana verde in testa più per non farmi riconoscere che per il freddo, prendo le chiavi ed esco. Faccio i gradini a due a due un po’ per il timore per la vita del gatto un po’ per il timore che il figo del secondo piano decida di uscire proprio in questo momento. Non ho speranze comunque ma vorrei preservare un poca di dignità. Raggiungo il portone. Sento passare un ambulanza. Apro il portone. La strada è deserta. Tiro un sospiro di sollievo, nessuno gatto spiaccicato sul tombino. Mi guardo attorno. Sono fuori il brivido del proibito mi pervade. Sono fuori e non ho l’autocertificazione. Sorrido. Faccio due passi a destra ma non vedo niente. Torno indietro e mi spingo due passi a sinistra del portone. Non vedo il gatto. Attraverso la strada. Sono temeraria e ribelle. Passo accanto al cassonetto e agli scatoloni ma niente. Chissà dove si è cacciato. Rinuncio. Comincio a essere un po’ a disagio in strada il mio spirito di ribellione è finito mi avvio verso il portone controllando la strada prima di attraversare, faccio un passo quando qualcosa mi afferra la caviglia. Il piccolo traditore è saltato fuori di nuovo dal mucchio di scatoloni perseverando nella sua strategia di guerriglia urbana. Mi abbasso e lo accarezzo mentre continua rosicchiarmi la ciabatta e a scalciare la mia gamba con le zampette posteriori. Mi faccio coraggio e lo prendo con due mani all’altezza del torace. Grave errore, con le zampe posteriori mi graffia e per poco non lo lascio cadere. Ingrato. Lo prendo per la collottola e rimane bloccato la bocca semiaperta e i piccoli occhietti che lanciano sguardi rabbiosi e assassini. Attraverso la strada tenendolo appoggiato al petto una mano sotto le zampe a sorreggerlo e l’altra che lo tiene sempre bloccato per sicurezza.
    Rientro nel portone di casa. Sospiro nel non sentirmi più cosi esposta. Faccio le scale piano guardando quel batuffolo di pelo agguerrito che devo ancora trattenere mentre si divincola con tutte le sue forze. Al secondo piano la porta si apre. Ecco appunto ciao dignità. Abbasso lo sguardo nella speranza di non essere riconosciuta e sperando essere di scambiata per qualcun’altra con buona pace dell’altrui dignità.
    «Ciao Rebecca».
    «Ciao Stefano». Mi volto. Mi viene da ridere è in tuta con un cappotto nero e un cappello in lana calcato in testa. Sembra il look del momento. Ovviamente lui sta benissimo anche con il sacchetto di immondizie in mano. Un punto per me io almeno come accessorio ho un gatto.
    «Cos’hai lì?» si avvicina. Dannazione al gatto non sono truccata, non mi sono neanche lavata i denti per la verità
    Gli mostro il mio bottino. Lui allunga una mano per toccarlo. La bestia pestifera soffia come un cobra.
    «Che caratterino!»
    «Si. L’ho visto in strada e ho avuto paura che venisse investito ma non so se è stata una bella idea portarlo a casa. Mi sembra un po’ contrariato».
    «È piccolo e spaventato dagli tempo e non lo pressare e vedrai che piano piano si ambienterà» lo sta accarezzando piano sulla testa e la bestia traditrice sta facendo le fusa.
    «Meglio se lo porto su prima che mi scappi».
    «Allora ciao Rebecca»
    «Ciao».
    Stefano si infila la mascherina e scende con il suo sacchetto azzurro di spazzatura. Dopo averlo visto sparire nella rampa delle scale riprendo a salire. Arrivo alla mia porta e con una mano cerco le chiavi in tasca. Il gatto si è un po’ rilassato e fa ancora le fusa dopo le carezze di Stefano e anche io. Entriamo. Mi guardo attorno prima di lasciare la piccola bestiola chiudo la porta che dà sulla camera in modo da poterlo contenere nella zona che fa da cucina e salotto. Lo metto a terra e correndo va ad infilarsi sotto al divano. Non ho speranze di tirarlo fuori. Mi stendo sul tappeto e lo osservo si è rannicchiato accanto ad una delle zampe del divano dove si sente più protetto. Vado in cucina e prendo un piattino ci verso del latte e lo metto lì vicino. Il piccolo non si muove. Ritento aggiungendo una scatoletta di tonno su un altro piattino. Questa attira la sua attenzione ma non abbastanza da farlo uscire. Mi sposto su una sedia della zona cucina per lasciargli un po’ di privacy. Niente. Decido di andare a fare una doccia lo devo alla mia dignità. Dopo mezzora torno in salotto in forma umana degna di questo nome. Il tonno si è dimezzato e una macchia adorna il tappeto. Piccolo mostro mi ha pisciato sul tappeto. Sbircio sotto il divano e lui è lì di nuovo nel suo angolo. Dorme. È troppo carino anche se mi ha pisciato sul tappeto. Torno in bagno e prendo del Lysoform e del sapone per lavatrice per sistemare il disastro.
    Mi trovo con il sedere per aria a strofinare il tappeto quando suona il campanello.
    «Chi è?».
    «Sono Stefano».
    Apro la porta un po’ sorpresa. Anche lui ha fatto una doccia e ora è bello come prima ma rasato e presentabile, penserei sia passato solo per restaurare la sua immagine di figo del palazzo ma tra le braccia ha una cassetta per gatti e un sacco di sabbia.
    «Ciao, vuoi entrare?» tentenno nel chiederlo in questa situazione invitare le persone senza esibire un tampone negativo è come fare sesso non protetto.
    «Si grazie ho un regalo per il tuo amico» lo faccio entrare e mentre osserva il Lysoform sul tavolino del salotto mi guarda e dice «troppo tardi?»
    «Diciamo che la piccola peste ha inaugurato il tappeto».
    «Avevo avuto l’impressione che il tuo fosse stato un gesto di impulso e che non fossi attrezzata, questi li avevo in garage erano del vecchio gatto di mia madre ma andranno benissimo». Con gesti rapidi prepara la lettiera e la mette vicino al divano. «Ti conviene lasciarla qui finché non sei sicura che abbia capito a cosa serve poi un po’ alla volta la sposti dove preferisci. Ma dov’è?»
    «Sotto al divano» alzo gli occhi al cielo.
    Beh non so in cosa mi sono imbarcata. Ma stamattina ero sola con un libro noioso adesso sono stesa supina sul tappeto con accanto un figo pazzesco e guardiamo un piccolo gatto che dorme sotto al mio divano. Rebecca uno – Universo zero.

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