sugli “auguri”

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Scrivo qualcosa di delicato; qualcosa che potrebbe “urtare” o far riflettere.

Ho ricevuto degli auguri che non ho gradito molto. Vi pongo, in generale una domanda; come si può augurare a una persona che conosci, non da molto, ma di cui sai gli orientamenti, o meglio i “non orientamenti” religiosi, dicevo come si può, a una persona che sai essere atea augurarle che “Dio ti guidi”?

Credo sia una contraddizione in termini; non me la prendo tanto per l’augurio, ma per quello che io sento dietro, ma ripeto, è una mia opinione che mi va di condividere, ma non necessariamente condivisibile. Io dietro a quell’augurio sento come un “non rispetto” per “il non credere altrui”. Sono una persona piuttosto accondiscendente, non cerco di “portare sulla mia retta via” nessuno…chi mi conosce meglio sa che può parlare di molte cose con me, senza giudizio, solcando i toni dei grigi (perché non esistono solo il bianco e il nero) e non correre il rischio di sentirsi dire “ma io credo che sia così” come un dictat . 

Da quanto mi è accaduto voglio trarre una considerazione più generale; perché non è dato dichiararsi atei e non correre il rischio di voler essere “convertiti”?

Ma c’è anche altro…mi viene un altro pensiero. E’ come se io ad un uomo omosessuale che non conosco bene, ma che mi ha rivelato la sua preferenza, augurassi di essere felice con una donna….perché dovrei farlo, se non per mancanza di tatto?

Ecco forse si tratta di questo. E per ora la finisco qui,  e Vi ringrazio per l’attenzione.

…e ieri “l’ultimo addio” all’altro lavoro.

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  1. Trovo il tema sì delicato, ma condivido totalmente il tuo stupore e la tua in ogni caso apertura, nonostante la ferita di “non essere visti”. Che è comunque dolorosa e può innescare, in persone meno mature e consapevoli di te, dei sentimenti di odio e addirittura di rivalsa verso chi non ci vede, o fa finta di non vederci.
    Ricordo il film La famiglia, di Scola, in cui in una scena un bambino veniva sottoposto al gioco-tortura di non essere visto dagli adulti intorno a a lui, finché il povero bimbo ha una crisi isterica e (forse) qualcuno dei torturatori si rende appena conto di cosa sta facendo. Ecco.
    Ci vado giù forse un po’ duro, ma non considerare la possibile diversità degli altri e ignorare sistematicamente la fragile relatività delle proprie convinzioni mi sembra un po’ come semplicemente non vedere l’altro. E dovremmo tutti studiare dei mezzi abili per comunicare questo a chi fa fatica a rendersene conto.
    Consigliare la visione di quella scena al tuo interlocutore? 🙂
    Grazie dell’utile condivisione.

    • Arguta e utile la tua risposta Shamal. Non ricordavo la scena di cui parli, ma andrò a cercarla e chissà…magari la manderò in qualche modo al mio interlocutore anche se credo che non arriverebbe a comprendere…ma come dici è necessario far comprendere quanto la diversità esista e quanto vada “difesa” di qualunque natura essa sia. Grazie.

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